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25 aprile 2019.

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25 APRILE.  Festa ormai apertamente, improvvidamente contestata.

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Quello che festeggiamo rischia di essere per troppi solo una occasione per fare un ponte ai primi caldi primaverili, ignorando il motivo per cui si fa vacanza.  Certo più di 70 anni sono passati e il ricordo di quel 25 aprile resta una data lontana nel tempo, per molti quasi come quella della scoperta dell’America o della battaglia delle Termopili.   Anche in una città come Genova: l’unica in Europa ad essersi liberata da sola da nazismo e fascismo, costringendo i nemici alla resa.

Quando ero ragazzo per me, che non sono più giovane, il 25 aprile era la circostanza nella quale ci si inerpicava per creuze di campagna a far merenda con fave, salame, pecorino. In questa circostanza noi ragazzi sentivamo i racconti riferiti alla festa dai nostri padri, madri, zii e loro amici;  già per noi, nati e vissuti nella pace, quegli argomenti ci apparivano non attuali, persi in un lontano passato.

Riferendomi alla amata Iliade che leggevo a scuola facevo un parallelismo fra Achille con i nazifascisti ed Ettore (l’eroe che ammiravo) con i Partigiani; e in questa storia erano i difensori delle proprie famiglie, case, città che avevano la loro rivincita 30 secoli dopo.

Ma non era così! O meglio non solo così.

Il 25 aprile, dopo tanti decenni, deve essere la celebrazione della ragione contro la forza, del coraggio contro il sopruso, del buon senso pluralista contro la chimera dell’uniformità.  “Tutto il mondo a steppa” era il motto di Attila, ma nessuno oggi, tranne qualche forsennato, lo ricorda nonostante le sue vittorie.  La Ragione ha prevalso, ma potrebbe non essere sempre così.

Ora, più consapevole, guardo con ammirazione alle figure di mio padre e di mio suocero, direttamente impegnati in quegli eventi con grande rischio e sacrificio personale[1].  Mi chiedo, nel contempo, se io e i miei figli saremmo disposti a fare altrettanto, se ne avremmo il coraggio o se ¾ di secolo di pace, frutto del loro operato, ci abbiano inesorabilmente rammolliti.

Questa festa, più che il sacrificio di tanti, deve essere di monito a chi non l’ha vissuta per quello che può ancora accadere. “Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana” canta Guccini in un brano che sempre mi commuove.  E la belva umana è ancora in mezzo a noi, troppo spesso dentro di noi quando ci facciamo affascinare e convincere da parole d’ordine di odio, da atteggiamenti violenti, da lupi travestiti da agnelli.

La festa di oggi deve ricordarci che tolleranza, rispetto delle regole non sono segnali di debolezza, ma di forza.  Che le regole vanno, nella maniera più ampia, condivise, scritte insieme, ma non vanno scritte coi lupi.  L’icona di questo animale, in sé degno di massimo rispetto, va lasciata fuori della porta, nella sua foresta di odio e di buio dell’intelletto.

Le regole vanno rispettate perché sono la base della civile convivenza, ma ci sono regole che pur non scritte, vengono prima: gli altri sono il nostro prossimo, non il nemico; il mondo che abbiamo trovato va lasciato integro per chi verrà dopo di noi.  Quando tutto il mondo fosse a steppa non ci sarebbe più nessun essere umano degno di questo nome a vederlo!

 

 

[1] http://giuli44.altervista.org/uomini-che-vorrei-non-dimenticati/