Globalizzazione, occupazione, terzo mondo.

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90 anni fa la guerra d’Etiopia (o di Abissinia, se più vi aggrada).

GLOBALIZZAZIONE, OCCUPAZIONE, TERZO MONDO

La nostra società ad un bivio o in una morsa?   Quali le risposte possibili?

 In tema di globalizzazione e di approccio con i disperati che premono alle nostre frontiere vengono proclamate soluzioni ora protezionistiche ora buoniste.  Alcuni di coloro che trattano l’argomento sembrano però provenire dallo spazio siderale o in preda ad acuta crisi etilica.

E’ di ieri mattina la notizia che la Cina si appresta a varare dazi quale ritorsione a quelli applicati da Trump.  Queste misure potrebbero far regredire l’economia del pianeta a situazioni di inizio 900, con frontiere chiuse, dazi, visti di ingresso e tutte le diavolerie che ci hanno accompagnati fino a pochi decenni or sono.  Gli effetti sulle Borse, già abbozzate nelle ultime settimane con una esplosione di volatilità nei prezzi dello share, non si faranno ulteriormente attendere e l’economia mondiale verrà a trovarsi in una frangente simile a quello del 2008.   Fermare gli effetti della globalizzazione, che costringe le economie occidentali a contrarre la produzione a favore di quelle emergenti si può solo con guerre commerciali?   Siamo certi che non sfoceranno in vere guerre neo-coloniali per ridurre al silenzio popolazioni strette fra il martello di una recessione imposta da gabelle ed emigrazione chiusa da muri?

Qualcuno, anche fra i vari populisti, risponde: “non possiamo andare avanti così: aiutiamoli a casa loro”.  Come se spostare produzioni verso Paesi meno sviluppati non provocasse un trasferimento di occupazione dal Nord al Sud del mondo: alle nostre latitudini avremmo più disoccupati.  La soluzione non può essere che una riduzione degli orari di lavoro, con un accordo con i sindacatati. Una sorta di cassa di integrazione di solidarietà generalizzata, magari con preminenza di riduzione di orario verso i lavoratori più anziani che non raggiungono, per motivi anagrafici, i requisiti per il pensionamento.  Ovviamente le Aziende sarebbero obbligate ad assumere personale aggiuntivo in funzione delle ore-lavoro ridotte.

Consideriamo ora un’altra realtà: il pianeta sta subendo una aggressione senza precedenti per effetto della sovrappopolazione.  La risposta più logica a tutto è: “aiutiamoli a casa loro, purché accettino una politica di controllo demografico”, prima che il pianeta esploda.

Premetto che, personalmente, il problema della fame nel mondo cerco di alleviarlo come contributore di una nota (e non controversa) ONLUS, pur nella consapevolezza che questo modo di agire equivale a svuotare il mare col secchiello.   Quindi quei truci personaggi che, per prendere tempo, oggi  dicono “non si può andare avanti così: aiutiamoli a casa loro”, domani, gettando la maschera e mostrando il vero volto, affermeranno “non si può andare avanti così: sterminiamoli a casa loro”.   Quindi politica di aiuti, ma condizionata a una pianificazione delle nascite.  Per il bene nostro e di tutti i futuri abitanti della Terra e per non vedere i nostri figli e nipoti combattere, casco coloniale in capo, in obbedienza a quella stessa affermazione che oggi ci sembra responsabile, ma che, con una piccola variazione, può diventare catastrofica.

3 aprile 2018

 

 

 

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