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IL MIO XXV APRILE.

Carro con buoi
Giovanni Fattori. Carro con buoi.

Ricordi e racconti di XXV aprile lontani ancora vivi in me.

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Questo non è un post che vuole avere una valenza politica immediata: è solo un ricordare avvenimenti come mi sono stati tramandati, come li ricordo.  Le persone che cito hanno vissuto in prima persona quei fatti e, spesso, non ne parlavano volentieri.  Vivere alla macchia o in formazioni partigiane  non è uno scherzo: dormire dove capita, mangiare idem, armi e munizioni scarse, popolazioni non sempre amichevoli .e spesso, forse per paura di rappresaglie, inclini alla delazione.  Questa è stata la Resistenza.

Di mio padre e mio suocero ho già parlato in altro post[1]: qui parlerò di persone più comuni, ma ugualmente investite da fatti più grandi.

MIA MADRE.

Con mio padre alla macchia dovette farsi carico delle difficoltà logistiche che attanagliavano Genova.  Quindi periodicamente si recava nel Basso Piemonte per approvvigionare la famiglia di farina e altri generi alimentari, introvabili a Genova e nei dintorni.  I rischi erano innumerevoli: il principale quello delle linee ferroviarie spesso interrotte dai bombardamenti Alleati che trasformavano un tragitto di un paio d’ore in una odissea anche di due giorni.

Ma il rischio che più temeva era quello di vedersi sequestrati i pochi beni che era riuscita a trovare.   Un pomeriggio, giunta alla stazione ferroviaria di Cassano Spinola, la trovò occupata dalla milizia che procedeva a requisizioni.   Trovata ospitalità temporanea da conoscenti, si avviò verso sera alla stazione.

La milizia se n’era andata, lasciando però di piantone un soldato Polacco, aggregato alla Wehrmacht.  Costui, palesemente ubriaco. prese a minacciare le donne, finalmente giunte coi loro sacchetti di farina col fucile mentre urlava “Italiani, tutti Kaputt”.  Fortunatamente con loro c’era un mio cugino di 15 anni che, non perdendosi d’animo, lo invitò a bere ancora nella vicina osteria.   Lì lo lasciò davanti al suo quartino di barbera e tutti poterono salire sul primo treno.

LUENSI.

Lorenzo, detto Luensi, era un cugino di mia madre.  Uomo singolare è stato l’ultimo carrettiere con buoi della Valpolcevera, dotato di una forza fisica straordinaria e di grande coraggio.  (Il mio figliolo più grande è una sua copia fisica nella forza, meno nel coraggio. Chiudo la parentesi).  Rientrando da uno dei suoi giri da carrettiere Luensi si ferma all’osteria del paesello sulle colline Polceverasche.

Lì trova 2 militari Tedeschi che bevono ed infastidiscono la proprietaria.  Luensi non tace: li zittisce, suscitando finalmente la solidarietà degli astanti.   I due, messi in minoranza, se ne vanno, ma gli tendono una imboscata nascosti fra le frasche ai bordi di un ponticello.  Al suo sopraggiungere Luensi viene aggredito ma non si perde d’animo.  Immediatamente la sua prestanza ha la meglio e i due finiscono fra le frasche del borro sottostante.

E NOI?

Questi erano alcuni dei racconti che a metà anni ’50 noi ragazzini sentivamo in occasione della festa del 25 Aprile: da quelli in odore di eroismo del post in nota, ai più modesti resoconti di traversie.  Alcuni di noi erano interessati, tutti annoiati dall’orchestrina formata da fisa e violino che, imperterrita dall’improvvisato palco del tavolo d’osteria, proseguiva con valzer e mazurke mentre avremmo voluto sentire Domenico Modugno, cantante aborrito dai nostri genitori, immersi nella loro fede melodica in Claudio Villa.  Con  davanti la gassosa alla menta, tutti come se ci venissero raccontate storie che già sentivamo lontane, quasi estranee.

E OGGI.

Immagino l’effetto che questi racconti possano avere sui ragazzi che hanno quella età oggi.  Altro che storie lontane ed estranee: leggende simili all’Iliade le possono trovare!   Eppure la loro vita, oltre che la nostra, ha le sue radici lì.  Quelle persone, a volte eroiche, altre solo impegnate a sopravvivere, hanno avuto paura, ma la hanno vinta.  Hanno odiato la guerra e tutte le cause che la provocano.  Quelle cause sono l’odio, oggi sparso a piene mani da troppi mestatori nel torbido.  Quindi, ragazzi, non fatevi spaventare:  fate ragionare chi fosse attratto da quelle visioni e, se del caso, isolatelo.  Difendete i vostri compagni più deboli dal bullismo, se avete occasione di verificarlo.  Non lasciate che la violenza gratuita abbia il sopravvento.  E contestate i vostri genitori se disconoscono quei valori che nascono dal lontano (ma non troppo) 25 Aprile 1945.

[1] http://giuli44.altervista.org/uomini-che-vorrei-non-dimenticati/