IL PROFESSORE E LA MORTE

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Una creuza di campagna

IL PROFESSORE E LA MORTE.

“Ragazzi, la lezione è terminata. A domani!” Sentenziò l’anziano professore al suono della campanella.

I ragazzi, che avevano per tempo preparati i loro zainetti, sciamarono in un sommesso cicaleccio, mentre il professore si attardava a raccogliere nella borsa le proprie cose.

“Poverini – pensò il professore – la morte del loro compagno, quel banco vuoto devono averli colpiti per non aver messo in scena la solita gazzarra all’uscita”

Si avviò lentamente a piedi verso casa pensado a quanto fossero diversi i loro atteggiamenti da quelli suoi e dei suoi compagni alla stessa età.

Tanto tempo era passato e le condizioni erano altre rispetto al paesino di collina dove era nato. Quel paesino era allora immerso nel Medio Evo di fine guerra. La città era lì, sotto i loro piedi, vicina e lontana. Pochi chilometri di mulattiere e creuze, ma tanta fatica per raggiungerla e ancor più per tornare a casa!

Noi, i ragazzi di San Biagio, pensava il professore, avevamo un contatto con la Morte quasi quotidiano.  Uscendo da scuola per tornare a casa, fiancheggiavamo il minuscolo cimitero dove erano sepolti nonni, zii, prozii e vicini di casa.

Avevamo quel contatto quando veniva a mancare qualcuno in paese.  Tutto cominciava con la campana che suonava a morto e ognuno sapeva, di solito, a chi fosse toccato.

“Ah… è la Marinin, meschina. L’ha tolta da tribolare (Dio sottinteso)” dicevano le madri.

Il giorno dopo ci si presentava tutti alla casa della Marinin. I padri, smontati dal turno di notte dalle fabbriche di fondo valle, si caricavano a turno la bara sulle spalle e, per creuze e mulattiere, tutti la accompagnavamo, dopo la sosta in Chiesa, al piccolo cimitero.  Per noi ragazzi la Morte non era qualcosa di estraneo, non era esorcizzata non parlandone, tenendola lontana, aliena.  Era lì, fra noi.  A volte arrivavamo a giocarci.  Privi di computer e gadget elettronici (non erano ancora stati inventati e non avremmo avuto il denaro per acquistarli), magari quel pomeriggio stesso, usando una vecchia cassetta di legno che ci caricavamo sulle spalle, inscenavamo il funerale della Marinin.

Noi eravamo dei duri, senza saperlo. Per noi la scuola era affidata, prima che alle maestre che, mugugnando e volonterose, si inerpicavano ogni giorno fino alle loro pluriclassi, ai nostri scarponcini, spesso chiodati per non logorarne le suole.  La pioggia, avvolti nelle nostre mantelline a pipistrello, il fango delle mulattiere, il sole bruciante, la polvere sollevata dal vento erano i nostri primi compagni del mattino nella traversata verso il sapere.

Le aule erano mal riscaldate da fumose stufe e dalla tirchieria della bidella che attingeva dalla scorta di legna per usi personali, l’acquedotto non c’era e l’acqua, non potabile, era attinta dalla cisterna che raccoglieva il gocciolio del tetto.

I più erano completamente disinteressati allo svolgimento delle lezioni: solo una esigua minoranza proseguiva negli studi per andare alle “scuole alte”: quasi tutti si fermavano alla licenza elementare.  Fra quella minoranza una, ancor più minuscola, veniva indirizzata verso la Scuola Media, frammento del defunto Ginnasio. La maggioranza della minoranza prendeva la via delle scuole professionali per soddisfare la fame di operai specializzati dell’industria, allora in piena espansione.

Ora questi suoi ragazzi, che venivano a scuola accompagnati in auto, che si lamentavano della sua durezza di giudizio, della fatica di fare troppi compiti, gli si presentavano in tutta la loro fragilità.  Non erano pronti ad affrontare la realtà, non ci erano avvezzi. Non sapevano come reagire, come proseguire.

Le madri iperprotettive, non li portavano ai funerali dei nonni per non turbarli, per risparmiar loro il dolore, quasi a tenergliela lontana la Morte. Ma questa li aveva raggiunti lo stesso: aveva colpito lì, nel terzo banco. E non si poteva nascondere.

1 maggio 2018.

 

 

 

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