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IL RAG. GIOBATTA.

Pravda: il giornale fondato a Vienna il 3 ottobre 1908 - Periodico Daily

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Un raccontino senza troppe pretese, spero divertente. Giobatta è veramente esistito, anche se è la somma di 2 persone diverse.

Giovanni Battista Perfumo, per tutti Giobatta, era un ometto di 45 anni. Ragioniere “di tempo di guerra” come lo chiamavano i colleghi alludendo alla sua preparazione abborracciata per un diploma conseguito nel 1944, quando scuole ed esami erano  camomilla molto zuccherata.

(A proposito avremo forse ai giorni nostri ragionieri, geometri e altro “degli tempo di COVID”?).

Basta! Il nostro Giobatta era contabile in uno scàgno (locale uso ufficio) di broker marittimi a Sottoripa: la rinomata Ditta Cav, Gaetano Passalacqua, o bacàn (il padrone), che però nello scàgno si vedeva poco, indaffarato com’era nelle sue frequentazioni “politiche”.  Manézzi (pasticci, imbrogli), come li definiva Remo Vaccaro anzi Vaccaro Remo, come si firmava lui, capoufficio-factotom: o càppo (il capufficio).

Nell’ufficio lavoravano altri 3 ragazzotti, impegnati a correre di qua e di là per raccogliere visti doganali, riempire moduli in quadruplice copia, recuperare certificati di origine merci e simili amenità.

Ogni giorno, intorno alle 10:00 Remo affermava che era ora del caffè.  Si infilava la giacca e, seguito da Giobatta e dai ragazzi che non erano impegnati esternamente, si avviava da sciâ (signora, padrona) Menega: un donnone che quando usciva dal retro le sue tette facevano capolino per prime, come i respingenti di un treno in retromarcia.  La sciâ Menega armeggiava a lungo con le leve della macchina, riempiendo con lentezza esacerbante le tazzine de cazànn-e  (dei clienti, a volte in senso spregiativo), e immancabilmente, quando le tazzine erano pronte e si accingevano ad essere vuotate, Remo:

«Belin (caspita, cazzo), sciâ Menega, finalmente!  Figgieo (ragazzi) che ora abbiamo fatto?»

Come sempre Giobatta, tazzina colma in mano, girava premurosamente l’avambraccio per comunicare l’ora al càppo: come ogni volta chiazzava la camicia di caffè fra ammiccamenti e risolini dei colleghi.

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Bene il nostro Giobatta aveva vissuto sino a pochi mesi prima con la madre, a sciâ Teresa, vedova ed autoritaria … specie con lui.  Anche le persone più importanti devono però cedere a sciâ Cichétta  (la morte), così a sciâ Teresa se n’era andata col suo vestito d’abete, a Ôtri (Voltri – estremo ponente di Genova) a raggiungere i suoi antenati.

Il Giobatta si sentiva terribilmente solo senza a moæ (madre): decise che doveva pigiâ mogê (prender moglie).  Come si fa: le sue conoscenze femminili erano le amiche della madre – tròppo vêgie (attempate) – o a (alla) Marinin alla quale, molto saltuariamente per non spendere, faceva visita.

«Mîga me posso  maiâ con ’na bagàscia» (non posso maritarmi con una prostituta) si diceva.

Arrovellati oggi e riarrovellati domani il Giobatta prese una decisione: avrebbe messo un annuncio matrimoniale sul quotidiano più diffuso a Zêna il “Secolo XIX”!

«Si, ma … se mi rispondono a casa come la metto con quella fotignìn (ficcanaso) della portinaia? … e se mi facessi scrivere allo scàgno …?»

Fatto!

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Cominciarono ad arrivare allo scàgno lettere per il Sig. Ragionier Giovanni Battista Profumo, il quale però era tutt’altro che soddisfatto.

«Che belinâta (stupidaggine) : tutte Befane con l’ etæ de mæ moæ bonànima  (dell’età della buonanima di mia madre)».

Quella corrispondenza, spesso in buste rosa o violette, indirizzata al “Ragioniere di tempo di guerra” insospettirono il Remo, sommo addetto al ricevimento della corrispondenza dello scàgno.  Sospetti rafforzati dal quotidiano acquisto del SECOLO da parte del pigogiôzo (spilorcio) computista: ina cosa mai vista!

«E agoeitâ de lóngo i anónçi econòmici (e scorre sempre con attenzione gli annunci economici)»!?!

Così il Vaccaro, dando una scorsa alla piccola pubblicità, capisce tutto!

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La sera, quando il “Rag.” era uscito, il Remo attese il rientro dei 3 figioâmi (garzoni) per preparare o tréppo (la burla, la trappola).r

Per mincionâ (minchionare) Giobatta decidono di rispondergli.

«Sci figgieo ma òcôre métte o ritræto de ’na dònna.  Magâra no tànto zoêna, ma ’na dònna cómme se dêve.» ( Bene ragazzi dobbiamo però allegare il ritratto di una donna. Magari non giovanissima, ma una come si deve.)

«Domàn matìn porto o ritræto de mæ làlla Tainìn.  A l’ha 42 ànni e a l’é ‘na bèlla dònna.»  (Domattina porto la foto di mia zia Caterina. Ha 42 anni ed è una bella donna) disse subito uno dei ragazzi.

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Così il lunedì successivo arrivò la lettera-trappola, con tanto di foto di una graziosa signora.

Giobatta non stava più nella pelle.  Con una scusa si assentò, si infilò in un  caróggio ciöso (vicolo chiuso, pertanto appartato): non la finiva più di guardare quella foto.

La sera, appena rincasato, rispose subito alla bella signora, proponendo di incontrarla.

Il giovedì pervenne la risposta:

“ Caro Giovanni Battista,  anch’io avrei piacere di conoscerti di persona.

Ti propongo di incontrarci sabato alle 16:30 presso il bar Mazzini in Galleria Mazzini.

Io porterò un cappellino bianco con fiori rossi.

Tu siedi ad un tavolino esterno: perché io possa  riconoscerti porterai con te, lasciandola in vista sul tavolino, una copia della PRAVDA.

A presto.

Caterina.”

Uscito dallo scàgno Giobatta iniziò a visitare tutte le edicole del centro di Genova alla ricerca della PRAVDA: niente da fare.

Contemporaneamente Remo e i 3 ragazzi lo seguivano da lontano, spanciandosi dalle risate.

Giobatta non demordeva e all’edicola presso Palazzo Ducale ebbe la dritta: poteva trovare la PRAVDA in una edicola di Piazza Statuto a Torino.

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Il mattino successivo il nostro telefonò allo scàgno:

«Non sto bene» disse al Remo «No, nulla di grave. Ci vediamo lunedì»

Corse a Stazione Principe a prendere il treno per Torino.

Sabato alle 15:30 Remo e i figioâmi si incontrarono in Piazza De Ferrari, pregustando fra le risate, la scena del Giobatta in attesa, PRAVDA alla mano.  Si avviarono verso la Galleria e si sedettero nel bar Alfredo: all’interno, ma vicini alla vetrina da dove potevano vedere non visti, di fronte a loro, i tavolini esterni del bar Mazzini.

Alle 16:00, con mezz’ora di anticipo sull’appuntamento, Giobatta arrivò.  Sedette ad un tavolino,  spiegandovi su il giornale che tanti affanni (e spese!) gli aveva causato.  Ordinò un caffè e si mise in attesa, disturbato dalle forti risate provenienti dal locale di fronte.

Alle 18:00, dopo 3 caffè, un aperitivo e un salato conto, Giobatta tornò a casa.