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INDUSTRIA E POLITICA.

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Capannoni abbandonati a Ciaculli (PA).

Dopo essersi battuti per decenni a favore di una industrializzazione selvaggia e parassita i politici (non tutti) ora si battono per la decrescita.

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Lo sviluppo industriale che ha portato il nostro Paese al 7° posto nel mondo non piace più agli scansafatiche della politica.   L’industria nasce spontaneamente nel nord del Paese un secolo e mezzo fa, migliorando le condizioni economiche, un po’ meno le condizioni di vita.  E’ solo dagli anni ’60 che i politici, specie quelli del Sud, spingono per l’incentivazione nei loro territori di una industrializzazione forzata.   Nacquero allora le famose “cattedrali nel deserto”, cioè quelle aziende che impiantavano i loro capannoni per ritirare gli incentivi statali, distribuiti a piene mani e senza alcun controllo, lavoravano qualche anno e poi chiudevano i battenti.

Tutti contenti?  Sicuramente contentissimi quelli che avevano percepito i finanziamenti, normalmente gonfiati grazie alla corruzione  imperante, e che, dopo aver portato i libri in Tribunale, se ne andavano col gruzzolo.  Contenti i politici, che potevano pavoneggiarsi con tagli di nastri, arricchire la propria clientela col voto di scambio tramite raccomandati per l’assunzione.   Contentina la popolazione che, in cambio di un semplice voto (tanto uno vale l’altro, tutti mangioni sono!) lavorava per qualche anno per poi passare alla Cassa Integrazione a vita, magari, in attesa della pensione, arrotondando con lavoro nero.   Questo andazzo non ha certo contribuito a creare un ambiente favorevole alla crescita economica, né a quella culturale che indirizzasse, insieme ad una cultura del lavoro, uno sviluppo sociale di quei territori.

Questo con alcune eccezioni, come l’acciaieria di Taranto, punto ora diventato dolente.  La novità è che personaggi come Di Maio ed Emiliano, accortisi degli effetti collaterali negativi ben noti a quelle popolazioni da tempo, vogliono ora dire basta a quello che è.   Giusto focalizzare l’attenzione sulle ricadute negative di una industrializzazione fatta con l’ascia e senza rispetto per il territorio, un po’ meno giungere alla conclusione di Emiliano: cito da fonti di stampa. “Se non fosse mai esistita (ILVA) sarei felice. Taranto non ha guadagnato nulla dall’Ilva”.

Forse Emiliano avrebbe per quegli operai e impiegati che rischiano il posto una alternativa migliore?  E i figli di quei dipendenti (i padri potranno contare su qualche soccorso pubblico) andranno con gioia a sostituire gli “schiavi negri” nella raccolta di pomodori?  Il quartiere Tamburi, quello che confina con l’acciaieria e ne patisce al massimo le ricadute ambientali, nel 1950 aveva 5.000 abitanti, ora ne conta più di 25.000.  Chi ha permesso la costruzione degli alloggi se non l’autorità che oggi Emiliano rappresenta?   E chi non ha represso l’andazzo, se non quella Magistratura da cui Emiliano proviene?

Ora sono certo che, se volesse controbattere, tirerebbe in ballo mille cavilli da azzeccagarbugli qual è, per giustificarsi, ma la realtà è una sola: questo Governo, aiutato dal soccorso del Governatore della Puglia,[1] vuole chiudere quella fabbrica![2]   Lo facciano, se ne assumano la responsabilità di fronte al Paese e al Parlamento, visto che buttano il bambino con l’acqua sporca a spese dei contribuenti![3]

 

[1] A proposito: sapete che Emiliano ha chiesto aiuto a Di Battista – il turista (non) per caso – per ottenerne l’appoggio contro la TAP, non fidandosi neppure del Di Maio?

[2] E’ possibile che la chiusura dell’ILVA entri, o sia già entrata, in uno scambio con la Lega: si a TAV e TAP, no a ILVA (tanto sta nel Reame di S.M. Luigi I° delle due Sicilie).

[3] Vedi   http://giuli44.altervista.org/sud-interventi-utili/