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Ô portâ despèrso do bàrba Giöxepìn. (Il portale rapito dello zio Giuseppe).

I tre Re Magi: tradizioni dei tre Re che portarono doni a Gesù -  Filastrocche.it
I RE MAGI.

Una storia vera di quando i ragazzi non erano NERD: la tradizione (perduta) dei RE MAGI nel contado Genovese.

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5 gennaio del 1954 ore 14:30: Giovanni Battista,  Batìstin, si avviava per le stradine fangose e le creuze viscide di macàia della collina di San Biagio in Valpolcevera: era vigilia di Epifania e … la notte dei Re Magi.   Tutti gli amîxi a quell’ora avevano finito le incombenze cui attendevano i ragazzi di quella età in quel contesto: ultimate le elementari da 5 anni vivevano su quella collina in un mondo a parte.  Solo qualcuno proseguiva con gli studi: chi lo faceva andava all’Istituto  Professionale.  La voglia di studiare era poca e per recarsi all’Istituto Professione, oltre la scarpinata di una mezz’ora buona per giungere alla periferia della città, bisognava sorbirsi un non breve percorso in tram.  Quasi tutti rimanevano a casa, ma non a girarsi i pollici.

Le coltivazioni dei nonni, le vigne e le fasce coltivate si erano di molto ridotte e con loro le bestie da latte.  I padri lavoravano tutti nelle industrie di fondo valle: manovali e operai: portavano avanti le coltivazioni nei momenti liberi dai turni in fabbrica.  Essenziale era quindi il contributo che davano donne e ragazzi: questi ultimi, in attesa di andare a rinforzare la manodopera pesante nelle ferriere, passavano il tempo contribuendo a mandare avanti a tæra (il podere).

Batìstin aveva finito di rigovernare la vàcca ed ora poteva andare con gli altri del bardasciàmme (compagnia di giovani) per organizzare a néutte di  Rè Mâgi.


Per tradizione persa nel tempo – forse dal Medio Evo, quando il tempo di Carnevale iniziava con l’Epifania e si concludeva il mercoledì delle Ceneri -, nella notte dell’Epifania gruppi di giovani si aggiravano per la collina facendo scherzi: chi provvedeva a legare con una corda le porte di casa dall’esterno, chi stuccava le toppe delle serrature con cemento di pronta presa, chi saliva sul tetto per turare con fieno i camini delle stufe, chi liberava gli animali lasciandoli scorrazzare per ogni dove, chi imbrattava di fango (non mancava mai!) cancellate e soglie. 

Il mattino successivo i bardasciàmmi si aggiravano per le case sparse del paese osservando chi si arrabattava per pulire, passare dalla finestra per liberar la porta o inseguiva galline e capre per le fasce.

«Ô Beppe che fai? Sono passati i Re Magi da te stanotte?!?»  E giù a ridere!


Uno dei bersagli preferiti dello scherzo era il portale di legno massiccio, pesantissimo, che chiudeva l’accesso all’orto-giardino e casa del bàrba Giöxepìn.  Ogni anno era ferocemente  preso di mira:  l’anno precedente era stato addirittura tolto dai cardini e fatto trovare sul piazzale della chiesa. 

Stavolta Batìstin, Bertìn, Drîa, Carlìn e Doàrdo volevano eclissare la fama dei loro predecessori.

Presso la casa del malcapitato Giöxepìn, nascosti dietro una cioénda (siepe), i 4 passarono il resto del breve pomeriggio invernale a spanciarsi dalle risa mentre Giöxepìn, coadiuvato da-o cugnòu fantìn (dal cognato scapolo) Mino, si affannava a avvolgere il portale di corde per impedirne l’asporto.


Il mattino dopo ô bàrba, fidando nell’opera di fissaggio compiuta, si affaccia sull’uscio di casa: il portale non c’era!  

«Mino, mogê, ô portâ ô no ghe ciûe!».  (Mino, moglie, il portale è scomparso!)

I 4 del bardasciàmme, già di vedetta oltre la cioénda, si davano di gomito, ridacchiando.

I cognati cominciarono la caccia, scortati, a debita distanza, dalla cabìlda (combriccola) sghignazzante.  

Basta! A mezzogiorno i due uomini rabbuiati tornano a casa dalla moglie di Giöxepìn e sorella di Mino per mangiare. Il portale sembra introvabile:

«Abbiamo rivoltato tutto il paese: non ce n’è traccia! Quelli gondóin chissà dove lo hanno portato!»

«L’avranno fatto a tocchi per bruxâ» commenta la làlla rassegnata.

«Ben!» interviene Mino « dòppoprànso fâemô ancón ’na vîra.  Che fìggi de ‘na bagàscia! … » (Bene, nel pomeriggio facciamo ancora un giro.  ‘Sti figli di puttana!).


I due cognati mangiano de strangosción (in tutta fretta) ravioli, cappone e arfê (fiele) per il pranzo della Befana: e si riparte per i posti più improbabili alla ricerca del portale rapito.  Presto si fa quasi l’imbrunire e … niente.

Stanno per tornare a casa:

«Pe  prìmma pasâemo da-o bòsco d’èrxi da Margàita». (Per sbrigarci passiamo dal bosco di lecci di Margherita.)

«Belin, mia ’n pö: chi coscì son tùtte grénde càccie.». (Perbacco, vedi un po’: in questo punto sono tutte acacie enormi.)

«Dâ a ménte: cöse ghê  apéizo a quéllo ràmmo lasciù, in âto?» (Guarda: cos’è appeso lassù a quel ramo, in alto?)

«Pòrca bagàscia! Ô portâ …».

4 figli di brava donna, ancora indolenziti per lo sforzo notturno, e ai quali s’erano aggiunti tutti i giovinastri del paese, dal Bricco osservavano la scena: raggianti.

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DIZIONARIETTO DAL GENOVESE.

creuza  viottolo stretto o mulattiera che fende, spesso verticalmente, le colline del Genovesato e di tutta la Liguria.

macàia particolare condizione meteorologica che si verifica nel golfo di Genova, quando spira vento di scirocco, il cielo è coperto e il tasso di umidità è elevato.

bardasciàmme ragazzacci

gondóin preservativi, stronzi

bruxâ bruciare

làlla  zia

ancón ancòra

vîra  giro

bòsco d’èrxi  lecceto, bosco di lecci