TERRA, LAVORO, CAPITALE.

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La Terra nelle nostre mani.

Terra, lavoro capitale- Pubblico queste riflessioni di Edim26 sull’argomento.

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L’era che stiamo vivendo ci impone responsabilità civili, morali, personali spesso sottovalutate, deviate da illusori valori retorici.

L’imperativo assoluto è salvaguardare il pianeta Terra, i suoi abitanti, il suo habitat.  I più pressanti problemi ritengo siano: convivenza, protezione reciproca, alimentazione; una nuova economia morale, sociale da affrontare in profondità, iniziando dall’analisi semantica del suo essere.  I capisaldi, sinteticamente, tre: terra, lavoro, capitale. Mi pare urgente rivedere i capisaldi con cui e stata, di tempo in tempo, gestita: affrontare i violenti squilibri mondiali e sociali una necessità.

TERRA

Protagonista essenziale che elargisce aria, acqua, energia, alimentazione; la vita di chi la abita, entità sacrale da difendere e rispettare con ogni forza.

LAVORO

Argomento antropologico per eccellenza. L’uomo nasce senza difese corporee, fragile (la scimmia nuda di Desmond Morris): unica dote l’intelligenza. Non ha qualità fisiche importanti, ma sa come procurarsele attraverso il coraggio, l’inventiva e il lavoro. Sa sfruttare ogni risorsa del suolo, sottosuolo, mare, foreste ed etere.  Sono enormi ricchezze che richiedono equità distributiva e gran rispetto per “madre natura”.

CAPITALE

Argomento che si allaccia a quello del lavoro, essendone il tessuto connettivo. Strumento che consente al lavoro l’uso di sofisticati, costosi sistemi produttivi, in grado di moltiplicarne l’efficienza, ridurre tempi e fatica.  E’ attraverso il capitale che si finanziano, sperimentazioni ed esecuzione di infrastrutture funzionali agli scambi.  Appare perciò ragionevole uno stretto, simbiotico rapporto tra i due fattori economici nell’ottica di una comune convenienza.

Tuttavia il termine “capitale” suscita reazioni e sentimenti scettici, evocando un passato in cui voleva dire potere, prepotenza, oppressive iniquità.  La ribellione del mondo del lavoro ha portato alla emersione della gravità della brutalità classista, facendo nascere e lievitare l’odio di classe: il capitale è il nemico.  L’odio diventa politico.

Il comportamento dei capitalisti ne ha aggravato la nomea: speculazioni, malversazioni a sfondo finanziario, cartelli, monopoli e chi più ne ha più ne metta.  La tendenza allo sfruttamento dei ceti più deboli è una costante che ha sfidato i secoli.

Questo bagaglio di ataviche divisioni, conflittuali interessi coll’inevitabile corollario di violenze, è, oggettivamente, un ostacolo nella ricerca di una solidale collaborazione.

La posta in gioco è la prosecuzione della vita sul pianeta o, almeno, la riduzione del dolore per quei popoli che, loro malgrado, vengono travolti.

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